5 febbraio 2017

FUJI-YUKI - White Darkness


... per chi non lo sapesse ancora, Fuji-Yuki è la parte femmiile del duo nipponico Sarry. 
Buona visione et ascolto!

24 dicembre 2016

HILDUR GUÐNADÓTTIR - Saman [Touch, 2014]

- Hildur Guðnadóttir -

Chiudiamo il 2016 riproponendo un mio vecchio articolo scritto su The New Noise: perchè la parola saman, in islandese, vuol dire insieme.

- Saman -

Quarto album in studio – sempre per la britannica Touch – per la graziosa e brava violoncellista islandese Hildur Guðnadóttir. Basta con l’inglese, questa volta la musicista decide di espellere definitivamente le proprie emozioni attraverso la lingua madre, come testimoniano i titoli delle dodici brevi tracce, nonché il titolo, “Saman”, che tradotto significa insieme.

Crepuscolare e infarcito di chiaroscuri (in verità più scuri che chiari), Saman forse racchiude e vuole raccontare una storia d’amore finita male, cercando disperatamente di scrostarsela di dosso. Per certi versi il violoncello suonato in questa maniera potrebbe ricordare alcuni passaggi inquieti stile Haxan Cloak del primo disco omonimo o Hermann Kopp, anche se in questi casi è il violino a farla da padrone. Per questo motivo a tratti suona tremendamente noir e lugubre (“Í Hring”), mettendo ansia e terrore, ma sono le struggenti parti vocali – “Heima” (casa) su tutte – a riportarlo sui binari più consoni, vale a dire lacrimevoli. Poesie leopardiane, cartoline sbiadite e nebbiose (“Þoka”, ovverosia nebbia), paesaggi autunnali, pioggia battente che somiglia a lacrime color sangue, marce foglie di salici piangenti che si staccano dalle pareti interne del cuore come fossero pezzetti di racconti tristi da seppellire, e petali di rose rosse che, trasportate dai sospiri, si adagiano dolcemente nel profondo dell’animo per lì rimanere in eterno.

Non ci va molto a capirlo, ci sono malinconia e tristezza da vendere in questo disco. È commovente e profondo, insomma, quei tipici suoni caldi che da queste parti etichettiamo con la solita frase: l’inquieto che quieta.


... buona lettura et buon ascolto!

17 dicembre 2016

GOPOTA - Music For Primitive [Luce Sia, 2016]

- Music For Primitive -

Gopota è un termine che deriva dallo slang russo e che fa riferimento a coloro che risiedono tra gli strati sociali più bassi, però è soprattutto il duo composto da Antonio Airoldi (già Empty Chalice) e Vitaly Maklakov (EVP), che si è scelto proprio lo pseudonimo adatto: sarà mica derivante da quel fenomeno inspiegabile relativo alle misteriose registrazioni di voci elettroniche (Electronic Voice Phenomena)?

Missione Gopota 2016: dalla Russia (Knots Of Fear, Torga Amun) alla Svizzera (Music For Primitive, Luce Sia). In effetti sembra davvero il titolo di un film Bond 007, peccato che lo spionaggio lascia il campo all'horror e l'azione si annulla definitivamente sottoforma di stretto serraggio di catene insanguinate e confinamento nella più buia segreta di una abazzia medievale maledetta, abbandonata e occupata da violacei e malvagi spettri. 
Dunque vietato l'ingresso? Ma neanche per sogno, è proprio tra queste sonorità - quelle contaminate da putrida dark-ambient (quella nebbiosa e rituale costruita coi candelabri e l'argenteria ossidata da secoli) e corrosivo death-industrial (quello maleodorante e tossico come l'anidride solforosa) - che troviamo terreno fertile per buttare (quasi) sempre due righe, veloci ma (spero) con cognizione. 
Prendete la sublime suite finale Empty Eye: è come se i più orrendi e tenebrosi Gargoyle delle cattedrali normanne fossero gli spietati custodi che regolano l'oscurità e le opprimenti atmosfere di uno sperduto impianto petrolchimico delle Fiandre. È più che evidente che Music For Primitive ha una morfologia sonora incentrata su profondi abissi, ossari sconsacrati, decomposizione, serrature a doppia mandata, ruggine, desolazione, pestilenza e Morte: una sorta di malefica liturgia dalle radici latine e dagli spigoli gotici, che di riflesso rimanda a torture, inquisizione, caccia alle streghe e riti alchemici.

Vi state chiedendo se mi è piaciuto, vero? Rispondo che si capisce lontano un miglio che è un lavoro fortemente ricercato nei suoni e che ha richiesto molto tempo per dargli quella granitica e inquietante struttura scandita da respiri affannosi, ansia e malessere sociale, ma del resto se la cult-label Luce Sia (che sprovveduti non sono) li ha scelti per entrare a far parte del loro catologo un motivo c'è. Per quel che mi riguarda, anche stavolta sono riuscito a fare un breve articolo senza fare paragoni con altri dischi o illustri nomi (non è vero, a volte purtroppo ci casco), ma se siete capaci di leggere fra le righe, allora troverete quello che vi serve e probabilmente avrete la vera risposta.

PHILIPPE LAMY & MONOLOGUE - Blu Deux [Phinery, 2016]

- Blu Deux -

Non è la stessa cosa, molti dettagli si perdono. Odio scrivere ascoltando da un file o, come in questo caso, direttamente dalla pagina bandcamp della meravigliosa etichetta danese Phinery. Per cui non vediamo il momento di avere tra le mani quel maledetto feticcio anni Ottanta e che qui amiamo davvero tanto, ovvero l'audiocassetta, così nell'eventualità di aver scritto delle cavolate, dopo, si può sempre rimediare. Eh già, preferiamo l'ascolto derivante dall'oggetto fisico perchè dietro c'è tutto un rituale che parte dal pigiare il tasto play fino ad arrivare a sentire l'odore della cover e del nastro magnetico... oltre al fatto che ci ricorda molte storielle d'infanzia.

Non ci è dato sapere se Blu Deux è uno split o una semplice collaborazione con il francese di Tolosa Philippe Lamy; di certo, qualunque cosa esso sia, possiamo solo constatare che è un'altra operazione ben riuscita per la polistrumentista e musicoterapeuta - sempre meglio ricordare queste info - fiorentina Maria Rosa Sarri, questa volta con lo pseudonimo MonoLogue.
Considero il glitch una sonorità quasi glaciale, una sorta di rumore che si genera all'interno di minuscoli cristalli di ghiaccio quando i loro atomi vengono fatti vibrare da elevate e istantanee fonti di calore fino ad esplodere. Diciamo che è un lavoro che non scalda i cuori o gli animi, o meglio, non in quel senso, e mi riferisco ad esempio al brano Chiudi gli occhi e guardami, ma se il risultato è quello di criogenizzare i muscoli e le emozioni attraverso bruciature da contatto con gelidi metalli dopo essere stati immersi in azoto liquido, allora la missione è andata a buon fine. Il glitch spesso da l'impressione di essere caotico, suoni buttati lì per gioco, qui invece ha sempre una sua regolarità, nonostante in Les Yeux De Mezzanotte ho avuto la senszione di trovarmi rinchiuso dentro una sfera di cristallo pronta ad esplodere a causa di violente mazzate mentali.
Qui si mescolano e intersecano varie sfumature, a volte è asettico come una sala operatoria, altre è gelida come l'atmosfera di una astronave alla deriva, e prossima a varcare l'ingrezzo di un profondo buco nero galattico, e a volte si ha perfino la percezione di qualche flebile rintocco di campane e organi di cattedrali gotiche (Dessert).
Meno male che i frattali, i calcoli logaritmici e le curve elettrificate di Hours D’oeuvre trasmettono i giusti impulsi neuronali alla materia grigia, permettendo così un facile ingresso a questo alienante viaggio coast to coast fra microchip, altrimenti non riusciremmo a definire Tout Est Blu come un mélange fra l'istrionismo Nurse With Wound e i cocci di vetro rotti di Gregory Whithehead, o Prime Parole, Dernière Pensée considerala come l'unica traccia noise: esplosiva e abrasiva, una sorta di industrial rallentato, qualcosa tipo Annex Organon degli Aufgehoben.

Diciamolo subito, per i non avvezzi a queste sonorità Blu Deux può sembrare urticante, ma se prima ascoltate The Twilight Tone di Moon Ra - finora l'unico lavoro di Marie_e_le_Rose con cui il condominio è stato messo in seria difficoltà - allora sarete più allenati alle numerose variazioni sul tema della nostra artista italiana, il che è positivo, perchè così ci da modo di scrivere 'in modo diverso'. Tuttavia non significa che è un ascolto facile, ma non è nemmeno una tortura; sì, perchè i suoni, soprattutto quelli che fanno da tappeto, sono ultra rarefatti, talvolta perfino impercettibili che ecco giustificato il trademark di tutte le sue produzioni: for a better performance we recommend listening with a great pair of headphones!

Come al solito ottima la scelta della cover. Andando a ritroso troviamo Giuseppe Cordaro aka Con_Cetta, Nicola Corti, Giulio Aldinuci e ora Philippe Lamy, per cui la domanda è spontanea: a quando una collaborazione tutta al femminile?

16 dicembre 2016

SKAG ARCADE (The Look Of Silence), MEANWHILE.IN.TEXAS (Twin God Fragments) - [Orb Tapes, 2016]

- meanwhile.in texas & Skag Arcade -

... e siamo ancora qui, con questo inutile blog, che faticosamente continua ad essere attivo. Già, ma la colpa non è nostra se c'è gente che tira fuori robette davvero niente male, come nel caso di Paolo Colavita aka Skag Arcade e Angelo Guido alias meanwhile.in.texas.
Perchè un post unico? Perchè dopo l'entusiasmante Fernweh - che consiglio di acquistare immediatamente, tra i miei migliori ascolti di questo anno - pare viaggino musicalmente assieme, dalle uscite per la spagnola Craneal Fracture arrivando alla americana Orb Tapes, susseguendosi perfino nel catalogo. Ricordando che entrambe le release sono in audiocassetta e in edizione, ovviamente, limitata, cominciamo a scrivere due righe con quella temporaneamente uscita prima, ovvero:

Skag Arcade - The Look Of Silence

- The Look Of Silence -

Ricordando che la realizzazione di questo lavoro prende ispirazione da tutte quelle forme di governi totalitari ed in special modo quello cambogiano di Pol Pot. Visto il concept è (quasi) d'obbligo aspettarsi tanti minuti di sonorità violente e brutali, invece, è molto riflessivo, specialmente nella lunga traccia titolo. Sì, certo, qualche escoriazione o bruciatura dovuta al passaggio interno di scariche elettriche, forse cercando di voler riproporre/immaginando gli abusi fisici o torture psichiche di coloro che in quel paese fossero contari al regime. Tracce di musique concréte e di spray insetticida alla Dave Phillips e SPK (vedi Insect Musicians) servono da contraltare per Choeung Ek Pickup, per farvi capire meglio: è come se il brano Coitus dei Whitehouse amplificasse le turbolenze metereologiche e geomagnetiche imprigionate nell'album Weather Report del maestro dei field-recordings Chris Watson.
Esclusa la traccia finale, che risuona come una sorta di mesto requiem (che non è mai una cosa brutta da queste parti), il resto naviga su inquietanti e abissali oceani dark-ambient che all'improvviso, come forti mareggiate in burrasca, collidono come fossero invalicabili tsunami post-industriali, su piattaforme petrolifere abbandonate da decenni e corrose dalla salsedine marina, dando sfogo a deflagrazioni atomiche e rumorismi di ferramenta in frantumi.


meanwhile.in.texas - Twin God Fragments

 - Twin God Fragments -

Abbiamo chiuso gli occhi e lasciato andare che le vibrazioni  invadessero il violaceo condominio. Ottime sensazioni, perfino Maja (la mia piccola micia) si è abbandonata tra le nostre braccine, ed è cosa rara.
Provo a indovinare, con la consapevolezza che tanto non ci prendo mai, per cui sottolineamo che quel drone-ambient etereo/fiabesco dalla matrice oltremodo nostalgica del precedente Take Black Pills, ha preso una forma gotica e una sostanza siderurgica. Cercherò di farvi una istantanea dell'immagine che ho avuto in testa durante questo ascolto: è come trovarsi all'interno di una diroccata cattedrale, a sua volta inglobata in una fatiscente e oleosa raffineria (post-industrial?) del Texas, mentre radioattive folate di noise abrasivo veicolano minacciose nubi formate da un concentrato di pulviscolo di carbonio amorfo che, fuoriuscendo da inquetanti vetrate e percorrendo le navate, finiscono per avvolgerti e strangolarti come un serpentone arruginito di filo spinato. Abbastanza chiaro, oppure no?


Vale sempre la regola: supporto e buon ascolto!

3 dicembre 2016

CHICALOYOH - Derrière La Porte Cassé [Stoned To Death, 2016]

- Derrière la porte cassé -

Certo che Alice Dourlen alias Chicaloyoh, non finisce mai di sorprenderci. 
Dai casalinghi esordi, quelli sconfusionati e un tantino folli - nel senso buono del termine - registrati all'interno del proprio 'Garden shed', arriviamo a queste composizioni live dall'andamento malato e oltremodo rituale.
Derrière la porte cassé è la registrazione di una sua performance tenuta in quel di Bradford il 6 aprile 2016 e qui presentato sottoforma di tape artigianale rilasciato dalla etichetta ceca Stoned To Death in tiratura limitata a solo 80 copie. 
La glitterata poetica dello stupefacente 'Paroles Creuses' e quel drone oscuro ed etereo di alcune uscite precedenti, in particolar modo 'Evaporation Of Widows' (vedi Lente éclosion), vengono qui inglobate e distorte formando un nuovo percorso mistico-rituale strutturato su geometrie alienanti che finiscono per entrare di prepotenza in quei circuiti neuronali che regolano le funzioni oniriche; sì, però solo quelle che inquietano i condomini mentali durante le ore notturne.
Ascoltando questo live - che spero un giorno di assistere personalmente, magari nella mia città di Torino - mi sono balzate in mente queste tetre parole scritte da Michail Bulgakov e tratte dal breve romanzo 'Cuore di cane'; eh già, proprio perchè 'dietro questa porta rotta' si potrebbe nascondere qualsiasi cosa:
il cane assisteva a uno spettacolo orrendo. L'uomo importante immergeva le mani, coperte da quei suoi guanti viscidi, in un vaso, e ne estreva un cervello... 


... ottima la scelta del colore viola per il nastro, e ovviamente: buon ascolto!

27 novembre 2016

THE HAXAN CLOAK - Observatory [Aurora Borealis, 2011]

- Observatory -

... da un mio vecchio breve scritto per OndaRock.

"Observatory" è un breve Ep composto di solo due tracce ("Observatory", "Hounfour"), e anticipa lo strepitoso album di debutto di qualche mese. Uscito originariamente a fine 2010 in trentuno copie e sotto forma di cassetta, l'etichetta Aurora Borealis lo ripresenta nel 2011 in vinile, limitato a duecento esemplari.
In quest'Ep Bobby Krlic - alias Haxan Cloak - mette da parte l'abituale strumentazione e in particolar modo il violino che ha dato al full lenght il suo tocco avanguardistico, per dedicarsi esclusivamente all'elettronica.
La traccia "Observatory", con i suoi tribali, incalzanti e sintetici loop circolari, martella il neurone producendo un effetto psichedelico e allucinatorio: luce soffusa ed occhi chiusi sono i mezzi che spingono la testa a seguire, tramite impercettibili movimenti ondulatori, questa trascinante ed ipnotica armonia. "Hounfour", invece, è un brano più riflessivo, fatto di sfumature new age e suoni sintetici, rarefatti e nebbiosi: con l'aiuto di un po' di ghiaccio secco, il giusto mix per creare la perfetta e sognante atmosfera. Il ragazzo sembra saperci fare anche con queste sonorità; assolutamente da non perdere di vista.


13 novembre 2016

PATRIZIA OLIVA - Live At Fluc, Wien [Dokuro, 2011]

- Live at Fluc, Wien -

Agli esordi di OndaRock scrissi questo breve articolo, che poi fu inserito nel secondo ed ultimo capitolo - interamente sviluppato e concepito dal condominio HgM - intitolato "Edizioni Limitate".

Dietro il moniker di Madame P. c'è Patrizia Oliva. Numerose collaborazioni artistiche rientrano nel suo curriculum: su tutti, il guru mondiale della scena industrial Maurizio Bianchi, con il quale nel 2010 scaturì l'album "Invocalizations". Recentemente Patrizia Oliva è stata avvistata nel progetto a più menti e mani denominato Carver, a cui prestava voci e manipolazioni elettroniche.
Patrizia svolge e crea il suo lavoro in solitario: voce come strumento musicale principale; come contorno una grande varietà di strumentazione elettronica (loop station, dittafono, sintetizzatori, etc).
La migliore occasione per apprezzare la sua musica è attraverso i live set, e questo mini cd-r dal titolo "Live At Fluc, Wien" - solo sessanta copie pubblicate per la Dokuro - ne è la testimonianza diretta.
Poco meno di venti minuti di splendidi vocalizzi al limite dell'ultrasonoro, chiare reminescenze arabeggianti, urla di possessioni demoniache che si alternano a lancinanti grida di dolore in una sorta di rito voodoo. Il tutto si contrappone, nella parte finale del brano, a ninna nanne sensuali, ipnotiche, da bambina, che culminano con la meritata estasi.
Patrizia Oliva - alias Madame P - è la regina italiana dei vocalizzi estremi.


Buona lettura et ascolto! 

8 novembre 2016

JUNKO & SACHIKO - Vasilisa The Beautiful [Musik Atlach, 2015]

- Vasilisa The Beautiful -

... et vabbè, era tanto che non tornavamo a parlare del gioiellino nipponico Sachiko, questa volta in coppia con la storica Junko. Vi lascio un mio vecchio scritto recensito sulla webzine The New Noise.
Buona lettura e... buon ascolto!

… la palizzata intorno alla casa era fatta di ossa umane,
    sulle quali poggiavano dei teschi…
    Vasilisa impietrì per il terrore, stordita da quella visione.

da “Vasilisa la bella”

L’amore morboso per Sachiko va oltre qualsiasi forma d’immaginazione. Tutto nasce da un viaggio estivo in cruccolandia. Mi trovavo ad Aquisgrana, l’odierna Aachen, antica capitale del Sacro Romano Impero di Carlo Magno (e così abbiamo fatto anche un ripasso di storia). Non troppo distante dalla cattedrale c’era un piccolo mercatino dell’usato. Soffermandomi su di una bancarella che vendeva articoli musicali, rimasi incuriosito da un’edizione speciale degli Ace Of Base e impietrito per via di un cd dal nerissimo artwork e dal misterioso titolo: Prithivi Mandragoire (2007) delle Vava Kitora. Eh già, galeotto fu quel disco.

Questa è storia antica, quella moderna dice che la Musik Atlach ha appena rilasciato la registrazione di un live, tenuto presso lo Yellow Vision di Tokyo nel maggio 2014, fra Sachiko e Junko (storica performer vocale degli Hijokaidan), intitolato Vasilisa The Beautiful, come la fiaba del russo Alexandr Afanasyev. Come suggerisce la copertina, siamo di fronte a un intreccio di finissimi merletti, costruiti sulla base drone granitica e inquieta di Sachiko, che al tempo stesso si diverte a manipolare lo scream tagliente della compagna Junko, mescolandolo al proprio: un po’ come ritrovarsi in mezzo a una tempesta di sabbia, schivando schegge impazzite di cocci di bottiglia modellati dal caldo vento del deserto, mentre frastornanti rumori di scontri fra dune s’infrangono ciclicamente nei timpani. Che l’ugola di Junko fosse disturbante si sapeva (ultimamente l’abbiamo anche sentita nel disco di Rudolf Eb.er), ma qui la lancetta dei decibel raggiunge vette ciclistiche da hors catégorie. Non vi è un attimo di tregua, tranne che per un breve istante al ventesimo minuto, dove prende un pochino di fiato e lascia lo spazio all’inquieto drone orchestrato dal fiore di loto Sachiko. Sono trentatre minuti di stordimento sensoriale, devastazione sonica, esplosioni elettriche e creazioni biomolecolari.

Vent’anni fa non sarei manco arrivato al primo minuto, oggi, con smisurato interesse, sono riuscito nell’impresa di ascoltarlo due volte di fila, ma non senza danni auricolari. Oh sì, una volta tolte le cuffie, mi è sembrato di rivivere gli stessi problemi di equilibrio dovuti a quando mi ammalai di labirintite. Perciò: estrema cautela.